domenica 6 novembre 2016
DESCRIZIONE DEL CONIDE
DESCRIZIONE DEL CONIDE
“Ho visto un conide” è un progetto con un obiettivo preciso, quello di dare un senso all’individuo che realizza opere d’arte che non vengono capite e che quindi non vengono considerate tali.
Questo individuo prende il nome di “Conide”, da un’operazione creativa ideata per l’occasione che prende spunto dal modello etimologico dalla lingua latina, (Connector, connettore - ideas idee: connettore di idee). Connettore e Idee, una fusione questa che indica quell’individuo (il conide) che deve riuscire a creare una connessione di idee. Questa operazione, pur sembrando banale, è molto articolata dato che ancora oggi ci sono moltissime persone che davanti a un qualsiasi oggetto d’arte restano ignari delle emozioni che quell’oggetto trasmette. La missione di quest’ operazione è quella di dare una collocazione a tutte queste persone e quindi a sostenere tutte queste incomunicabilità.
Un esempio di conide è Marcel Duchamp che nel 900 riuscì a realizzare un operazione che cambiò letteralmente il significato della parola arte che tutti fino a quel momento avevano considerato, ed ora lo reputiamo un grande artista. Ma lui è soltanto un esempio, anche alcuni quadri di Van Gogh furono usati per chiudere dei pollai e in un secondo momento sono stati pagati con cifre improponibili, probabilmente dalle stesse persone.
Questa ricerca è nata tramite una curiosità personale poi spinta da alcune esperienze. Ne racconto una: ero a Bilbao una meravigliosa città della Spagna del nord, in viaggio di piacere, come tutti i turisti ho visitato tutti i luoghi scritti e diretti dal comune di Bilbao. Molto interessanti, sono capitato anche al Guggenheim, e ho notato che come molti musei attuali non esiste più un momento “empatico” tra l’osservatore e l’opera, perché può capitare anche che l’opera non ci sia. In preda alla frenesia mi metto in coda per fare il biglietto, non potete immaginare che fila c’era, siamo tutti amanti dell’arte in testa mia pensavo, poi un’altra voce diceva caspita però il comune ha fatto proprio un bell’affare a mettere qui un Guggenheim c’è tantissimo turismo che viene solo per questo. Arriviamo alla cassa e la signorina; perchè in questi posti ci sono sempre signorine belle eleganti e sorridenti, ci stampa il biglietto e ci lascia una radiolina di forme falliche tra le mani: “Questa è per lo sconto studenti diceva”, bene. Prima opera non ricordo nè com’era fatta, nè il nome dell’autore, ricordo solo che erano delle scritte a led che si muovevano, soddisfatto dell’oggetto fallico inizio a schiacciare i numeri per farla partire e in un balzo esce fuori una voce robotica che spiega in modo molto dettagliato l’opera partendo dal perché era lì. Dopo dieci minuti di parole, a me sembravano poche forse per capire quell’opera, ma non mi perdo di coraggio e penso, “forse ho bisogno di studiare la vita di quest’ autore per capirlo”. Fatta questa operazione praticamente con tutti gli artisti presenti nel museo, mi accorgo che l’arte attuale è davvero per pochi. Immagino addirittura quelle persone che non sono mai entrate in un museo perchè magari non si sentono attratti, come potranno mai capirla? Questa cosa mi ha incuriosito molto perché mi sono posto molte domande, per esempio: cosa spinge una persona a non riuscire ad entrare in contatto con un opera d’arte? Forse sarà una mancanza culturale? Oppure una scarsa educazione nell’approccio con l’arte?
Conclusioni alcune riflessioni finali
Il mese scorso ho avuto l’onore di poter fotografare delle strutture in ferro create da un mio amico, Davide Pisapia. Una storia meravigliosa, quella della sua famiglia. Il padre, appena mi vide, disse: “Giusè, qui, noi, stiamo facendo un lavoro psicologico sui nostri dipendenti: sappiamo benissimo che questo periodo ormai sta diventando un cancro per ogni famiglia, questa crisi ci sta distruggendo”. Questo lavoro psicologico consiste nell’occupare il tempo dei dipendenti facendo loro creare queste strutture, evitandogli così una forte depressione dovuta a un eventuale licenziamento per il poco lavoro commissionato. Quindi, una ditta edile che lavorava il ferro, da un giorno all’altro, non realizza più sedie per i giardini dei clienti, ma investe creando opere d’arte. Fotografando, ho percepito una differenza: a queste strutture non riuscivo a dare una collocazione nè un contesto, non servivano a nulla, quindi ho pensato che forse potessero essere solo opere d’arte. È stato questo il momento in cui mi sono sentito come il fruitore che innanzi a un quadro non lo comprende, però io ho cercato di non ignorare questa mia incomprensione, ma di superarla, il che mi ha permesso di poter individuare l’artista dietro il conide. Ciò che nel tempo è passato da artigianato ad arte, e infine a design, può ripassare nuovamente ad arte? Una metamorfosi simpatica. Così l’evoluzione dell’arte avviene anche grazie a delle condizioni sociali. Questa riflessione nasce dall’esigenza di dover, a questo punto della storia, dare un nome a tutte queste persone che giorno dopo giorno fanno arte e vogliono dare un contributo ad essa.
Il “conide” è quell’artista che non viene capito né apprezzato nel proprio tempo, è quell’artista che si trova nel posto sbagliato e nel momento sbagliato perché gioca con un’arte che è distante dal nostro tempo o dal nostro modo di vedere le cose. Allora, è importante avere questa consapevolezza e considerare queste persone anche sotto l’aspetto umano. Se noi ci immedesimiamo in esse, possiamo arrivare a comprendere il loro disagio sociale e il fatto di non sentirsi accettate. Se invece non lo facciamo, inneschiamo un processo che distrugge sia le loro opere che la loro persona e che attiva un meccanismo di non-ritorno e soprattutto di decrescita dell’artista e del fruitore. Quindi, considerare il conide significa ammettere la propria ignoranza empatica, evitando di commettere sempre lo stesso errore, ossia criticare un qualcosa che forse un domani potremmo ritrovarci a studiare sui libri o che ci costerà il triplo. La mia speranza è che ogni conide possa diventare per il fruitore un artista.
DESCRIPCIÓN DEL CÓNIDE
DESCRIPCIÓN DEL CÓNIDE
“He visto un Cónide” es un proyecto con un objetivo preciso, el de dar un sentido al individuo que realiza obras de arte que no son consideradas como tal.
Este individuo obtiene el nombre de “Cónide” a partir de un proceso creativo ideado para la ocasión que parte del modelo etimológico de la lengua latina: Connetor (conector) Ideas (Ideas)= Conector de ideas. Conector de ideas, una fusión que indica a aquel individuo que debe ser
capaz de crear una conexión de ideas. Puede parecer banal, pero sin embargo es bastante compleja dado que todavía hoy en día hay muchísimas personas que delante de cualquier objeto de arte no comprenden las emociones que éste transmite. La misión es identificar a todas esas personas que hacen aquel objeto que no es entendido, con el fin de sostener y apoyar esa incomunicabilidad.
Un ejemplo de Cónide es Marcel Duchamp, que en el 1900 logró realizar una obra que cambió literarmente el significado de la palabra “arte” que hasta el momento era considerado, y ahora lo estimamos como un gran artista. Él es sólo un ejemplo, algunos cuadros de Van Gogh fueron utilizados para cerrar gallineros, y posteriormente han sido pagados con cifras desorbitadas, segurmente por las mismas personas.
Esta investigación ha nacido a partir de una curiosidad personal, y también de algunas experiencias personales. Contaré una: estaba en Bilbao, una maravillosa ciudad, en un viaje de placer. Como todos los turistas visité los lugares escritos y dirigidos por el Ayuntamiento, como el Guggenheim, donde llegué a la conclusión de que ya no existe el momento “empático”, como algo material entre el observador y la obra, porque puede ser también que la obra no exista físicamente. Muy contento me puse en la cola, inmensa, “cuántos amantes del arte” pensé, pero otra parte de mí me decía “Mira que el Ayuntamiento ha hecho un buen negocio metiendo aquí el Guggenheim, miles de turistas vienen aquí solo por esto”. Llegamos a la caja y la señorita, porque en estos sitios siempre hay señoritas bellas, elegantes y sonrientes, nos imprime el billete y nos dio una radio “por el descuento de estudiantes”, dijo. Vale. De la primera obra recuerdo solo que habían letras
led que se movían; escuché por la radio que nos dio la señorita cómo una voz robótica explicaba de forma muy detallada la obra, empezando en el motivo por el que estaba ahí. Después de diez minutos de palabras, que me parecían pocas para entender esa obra, pensé que sin duda debería estudiar la vida y obra de aquella artista -Jenny Holzer- para poder entenderla. Hice este procedimiento con prácticamente todos los artistas presentes en el museo, y me dí cuenta de que el arte actual es realmente para pocos. Me imagino las personas que no han entrado nunca en un museo, ¿cómo pueden nunca enterderlo? Este hecho me encuriosó mucho porque hizo que me preguntara muchas cosas, por ejemplo: ¿Qué lleva a una persona a no ser capaz de entrar en contacto con una obra de arte? ¿Será fruto de la escasa educación en en la materia del arte? No lo sé, per son estas preguntas las que me han llevado al conocimiento, a través de búsquedas, de varias metodologías experimentales de didáctica en el campo del arte; y es en este punto en el que he llegado a la conclusión de que probablemente esta reflexión, estas dudas, no me afectan solo a mí, sino que viven dentro de más personas. Probablemente el arte no es entendida porque está mal divulgada y de forma insuficiente.
Conclusiones algunas reflexiones finales
Mientras escribía esta tesis tuve el honor de poder fotografiar las estructuras de hierro creadas por un amigo mio, Davide Pisapia. Una historia maravillosa la de su familia. En cuanto me vio, el padre me dijo: “Aquí, nosotros, estamos haciendo un trabajo psicológico con nuestros dependientes: sabemos muy bien que este período se está convirtiendo en un cáncer para cada familia, esta crisis nos está destruyendo”. Este trabajo psicológico consiste en ocupar el tiempo de los dependientes haciéndoles crear estas estructuras, evitándoles así una depresión debida a los depidos de personal por el poco trabajo que tiene la empresa actualmente. De esta manera, una fábrica que producía hierro, de un día para otro, ya no hace más sillas para los jardines de sus clientes, sino que crea obras de arte. Fotografiando he percibido una diferencia: no conseguía colocarlos en un contexto, no servían para nada, entonces pensé que tal vez solo podrían ser obras de arte. Fue en ese momento en el que me he sentido como el espectador que observa un cuadro y no lo entiende, pero he intentado no ignorar mi incompresión, sino superarla, lo que me ha permitido poder individuar al artista detrás del cónide. Lo que con el tiempo pasó de artesanal a arte, y después a diseño, ¿puede pasar de nuevo a arte? Es una simpática metamorfosis. La evolución del arte llega también gracias a las condiciones sociales. De esta reflexión nace de la exigencia de tener que, en este punto de la historia, dar un nombre a todas estas personas que día tras día hacen arte y quieren contribuir en él. El “Cónide” es aquel artista que no es entendido ni apreciado en la época en la que vive, es un artista que se encuentra en el momento y lugar equivocado porque juega con un arte que es distante al tiempo en el que ocurre y el modo de ver las cosas en ese momento. Es importante ser conscientes de esto, y no considerar estas personas inferior al resto, no subestimarlas. Si nos ponemos en su lugar podemos llegar a comprender su posición de marginación social y el sentimiento de no sentirse aceptadas por el resto. Si, por el contrario, no lo hacemos, desencadenamos un proceso que destruye tanto sus obras como su persona, y que activa un mecanismo de no-retorno, y sobre todo de decadencia del artista y del espectador. Entonces, considerar al cónide significa admitir la propia ignorancia empática, evitando así cometer siempre el mismo error; es decir, criticar algo el cual tal vez en un futuro nos podramos encontrar estudiándolo en un libro o cuyo valor aumentará inimaginablemente. Mi esperanza es que cada cónide pueda convertirse, por el espectador, en un artista.
Iscriviti a:
Post (Atom)